Il progetto

LocarnOFF è un amarcord a cura di Roberto Raineri-Seith, in forma di work in progress, sulla scena musicale, artistica e culturale underground locarnese degli anni Ottanta - primi anni Novanta. A carattere soprattutto foto/grafico, pubblicato inizialmente online e in seguito idealmente anche come volume, è rivolto unicamente ai progetti ed eventi in massima parte autoprodotti o realizzati fuori dal contesto istituzionale (gallerie, musei ed enti legati alla cultura ufficiale) nel periodo compreso tra i primi anni 80 e i primissimi anni 90. Il taglio dichiaratamente autocelebrativo della narrazione va inteso come omaggio, più che alle minor celebrities locali protagoniste della stessa, soprattutto a quella che anche nella piccola e provinciale Svizzera italiana fu un'epoca straordinaria per creatività, spirito di innovazione e di rottura oltre che di ostilità totale ad ogni forma di compromesso esistenziale.Con "off" e "underground" si intende poi unicamente la scena legata ad espressioni innovative e di rottura rispetto al mainstream dell'epoca e genericamente ispirata soprattutto dalle avanguardie oltre che dal movimento post-punk, new / no-wave e "industrial-electronics" che nel Locarnese ebbe una certa importanza.

Per quanto attiene alla limitazione geografica al Locarnese è tale solo nella fase iniziale del progetto, che sarà in seguito esteso a tutta la Svizzera italiana e in particolare a Lugano, dove fine 70 - primi 80 fu attiva una scena new wave molto interessante grazie soprattutto a Pier Poretti, Edo Bertoglio e ciò che ruotava attorno al magazine T-Ribalta.

Hier und jetzt, alles oder nichts.


Personaggi e interpreti

Massimo Corradi / Walter Stolz / Roberto Raineri-Seith con il progetto WUR e altre storie / Rinaldo e Lorenzo Bianda (Videoart Festival) / Giuseppe e Fabrizio De Giacomi / Daniele Pillon aka PIL (1964-2014), il primo punk locarnese / Roger Schmid / Ganzi e groupies / Guy Bettini / L' "Anti-Jazz League" / La comune di Casa Bacilieri / Mila Merker / Walter Albini / Franco Lafranca / PAM Paolo Mazzuchelli / Nicola Ulmi / Umberto De Martino, Davide Lussetti, Gianluca Ruggeri


Luoghi, output ed eventi

Il 1981: personaggi in cerca di eguali / Le riviste di riferimento: Frigidaire e T-Ribalta / La cantina di casa Beretta e il (probabilmente) primo home-studio di musica elettronica in Ticino / Il Video Art Festival: Carlo Massarini e Laurie Anderson / Il negozio di musica "altra" Black Velvet in via Panigari / La dark-zine "Taedium Vitae" / W.U.R. e Religion in Silence / Lo shop "No Class" di via Borghese: Doc Martens, chiodi, bandane e teschi umani in vetrina / Il festival M.I.C. / Musica Improvvisata Contemporanea presenta "Riflessione sonora di una diga": Incontri ravvicinati del terzo tipo alla diga del Sambuco a Fusio / La "comune" di Casa Bacilieri, la sua cantina e il concerto dei Dinosaur Jr. / L'happening "In Fabbrica" a Maggia / Il Bar Sport, i primi concerti di gruppi indipendenti e L' "Anti Jazz League" / La rassegna di musica elettronica "L'Altro Suono" (1989-1991) / La "Stagione del Macello" / Il collettivo artistico Niska e la cantina Pippo


Il 1981: personaggi in cerca di eguali

The smart patrol, nowhere to go, suburban robots that monitor reality (DEVO)

In principio fu soprattutto la musica. Svaporato il lungo periodo della Disco music, del Ritual di Baia Sardinia e delle Stelle, nell'estate del 1980, quella di Ustica e della strage di Bologna, al Morandi avevo scoperto la new wave sdoganata nella storica discoteca luganese soprattutto grazie a Pier Poretti. Nell'arco di una notte Giorgio Moroder, Sylvester, Kano, i Revanche e la Peter Jacques Band lasciarono spazio ai B-52's (con "Rock Lobster" che andava ovviamente in loop), ai Krisma, agli Specials e soprattutto ai DEVO, ancora oggi tra i miei gruppi preferiti.

Nel gennaio 1981 abbandonai anche il caschetto di Vergottini con frangione sugli occhi che ancora mi legava al mio periodo milanese fine '70 e mi feci, senza ripensamenti né rimpianti, un taglio cortissimo e un nuovo look post-Armani e post-Fiorucci che combinava l'estetica degli anni '60, la moda SKA, l'iconografia new wave e le citazioni Kraftwerkiane, come il piccolo circuito elettronico (di fatto un semplice pezzo di PCB) che portavo sempre al bavero sinistro del mio imper Allegri. Rispetto al resto della giovine fauna locale, in larghissima parte ancora fricchettoni che giravano con il mozz e tifavano Ambrì Piotta ascoltando Vasco Rossi, gli AC/DC oppure blues e jazz, io ero decisamente avanti, e per loro un alieno.

Un alieno molto ganzo, in ogni caso, o quantomeno quanto bastava per broccolare in quantità, e senza particolare impegno, quelle che all'epoca ancora chiamavamo sbarbine anche se dall'uscita dello storico pezzo degli Skiantos erano ormai trascorsi diversi anni.


Me medesimo nell'inverno 1981-1982


Nell'estate del 1981 avrei dovuto lasciare forse definitivamente la Svizzera per trasferirmi in Toscana dove avrei lavorato, non era ancora molto chiaro con quale ruolo, nella casa di confezioni di mia mamma, una decisione presa essenzialmente per sfuggire al servizio militare. Ma la notte di Ferragosto, pochi giorni prima di partire, all'uscita dalla discoteca Le Stelle di Ascona (saranno state le 3 di mattina e lei era ancora ampiamente minorenne ma con il look e gli ascolti giusti), conobbi Giulia. Un incontro che per 3 anni mi cambiò la vita, dato che dopo poco più di un mese in Toscana decisi di ritornare in Ticino alla faccia della Toscana e più tardi anche del servizio di leva, che per me si concluse, dopo 3 settimane da imboscato in ufficio, con un congedo definitivo per motivi di squilibrio mentale (in massima parte simulato). Ricordo ancora il giorno e il nome del sergente (un certo Casari) che mi accompagnò in jeep alla stazione di Airolo dove, buttato quello militare, presi un biglietto di prima classe per tornare da Giulia e alle mie comodità. Sulla testa il walkman Sony e sulla cassetta "Freedom of choice" dei Devo.

Successivamente a Giulia, uno dei primi ad entrare nel mio campo gravitazionale, o io nel suo, credo fu Massimo Corradi, per gli amici Mac, che all'epoca studiava architettura, ascoltava Tomita e Vangelis e, soprattutto, era fortunato possessore di un sintetizzatore Roland System 100 sul quale ogni tanto mi lasciava mettere le mani.
Si aggiunse poi subito Walter Stolz, che ascoltava i Talking Heads e con il suo taglio biondo cortissimo sembrava uno dei Palais Schaumburg o, più sinistramente, uno Hitlerjunge.

Lo aggregammo una sera Mac ed io al Portico, mentre al tavolo accanto al suo ci si divertiva con uno ZX 81, uno dei primi home computer, sul quale Mac aveva programmato un gioco politicamente molto scorretto che aveva a che fare con una irripetibile barzelletta dell'epoca e un safari in Africa sul quale per pudore non mi dilungo. A un certo punto il discorso cadde sui contenuti di un libro proibito e Walter si inserì affermando di averlo a sua volta letto facendosi quindi invitare al nostro tavolo.

All'epoca si faceva conoscenza così, per affinità di look e gusti poco mainstream, grazie ad una frase colta al volo o perché sentivi qualcuno ascoltare in macchina o sul Walkman (lo storico primo modello della Sony) dello SKA, i DEVO o altra roba sul genere che passava sotto l'etichetta di new wave e che avevamo scoperto sia al Morandi, sia sulle riviste del periodo come Frigidaire e T-Ribalta (prodotta a Lugano da Pier Poretti e Edo Bertoglio).

Se T-Ribalta aveva un taglio piuttosto glam e forniva contributi soprattutto sulla scena un pò più commerciale (ricordo servizi su Blondie, Grace Jones, i Krisma e Pater Sato), Frigidaire era invece il mensile d'elezione, grazie anche alle micidiali recensioni musicali del grande Stefano Tamburini, uno che nella sua rubrica "Red Vinyle" stroncava brutalmente e con formulazioni insuperabili tutto ciò che anche noi detestavamo, esaltando invece i DAF, i DEVO (intervistati a Roma durante il loro storico concerto a Castel Sant'Angelo del giugno 1980, lo trovate sul tubo) e che già allora affermava che "in musica si è già detto tutto, l'importante è avere sempre un pubblico che non se lo ricorda". 


Il primo numero di "Frigidaire", novembre 1980; 
l'immagine di copertina è un'interpretazione grafica di un ritratto di Brian Eno


1981-1983: la cantina di Casa Beretta


Du bist schön und jung und stark / solange du noch kannst / verschwende deine Jugend / nimm dir was du willst (DAF)

Eisbären müssen nie weinen (Grauzone)



La storia con Giulia andava avanti da qualche tempo e sembrava solida, quindi nel 1982 i suoi genitori decisero di concederci un privé nella cantina della loro casa in via Querce ad Ascona. Sufficientemente interrato per farci casino, l'accesso era separato da quello dell'abitazione e quindi logisticamente ideale.
Qualche settimana dopo, arredato alla meglio quella sorta di bunker con alcune sedie, delle scaffalature industriali e un tavolo sul quale avevamo sistemato un piatto e dei registratori a cassette, Walter (con il quale ormai facevo coppia fissa) ed io decidemmo di fare spese importanti e ci recammo da Soldini Musica per acquistare, pagandoli a rate per due anni, un sintetizzatore modulare Roland System 100M, un mixer amplificato sempre Roland e due casse.
Aggiungemmo ai registratori a cassette che già avevamo un 2 piste a bobine Akai che ci aveva lasciato in prestito definitivo un amico e una batteria elettronica Boss DR-55, più alcuni pedali-effetto per chitarra (ricordo un Flanger e l'oggi very sought-after Boss Chorus Ensemble CE-1 che sembrava un ferro da stiro) con l'idea di produrre come WUR cose in stile EBM o Neue Deutsche Welle, ma tutto rimase a livello di bidouillage e non se ne fece nulla soprattutto perché lo "studio" era più che lacunoso soprattutto a livello di mezzi e tecniche di registrazione.
Il nome del gruppo, anzi del duo, non era il banale acronimo di "Walter und Roberto" ma bensì 
derivato dal dramma futuristico degli anni 30 di Karel Capek R.U.R. / Rossum Universal Robots in cui si narra della distruzione dell'umanità ad opera di una coppia di androidi, un riferimento che la diceva lunga sulla scarsissimo orientamento umanistico del progetto come del resto anche nostro.
Ma fu soltanto a partire dal 1983, con l'uscita sul mercato e l'aquisto da parte mia del primo registratore multitraccia "professionale" a cassette della storia, un Tascam Syncaset 234 a doppia velocità, che si concretizzarono i primi output. Ma su questo più avanti. 



Dall'alto: Walter Stolz e me medesimo nella cantina Beretta nel 1982 


La cantina Beretta funzionò quindi essenzialmente come luogo di cazzeggio e di ascolto di ciò che il mercato musicale "altro" e decisamente non mainstream ci permetteva di reperire, a volte da Soldini, più spesso presso la Rec Rec a Zurigo.
Tra le cose che giravano maggiormente sul piatto della cantina ma anche nelle feste private in casa di amici dell'epoca "Die Kleinen und die Bösen" e "Alles ist Gut" dei DAF, "Normalette Surprise" (con la geniale "Lebdoch" con il suo caratteristico riff dissonante che andava in loop) e "Geri Reig" dei Der Plan, il "Commercial Album" dei Residents, "My Life in the Bush of Ghosts" di Brian Eno & David Byrne, i Grauzone con l'omonimo album, gli zurighesi Aboriginal Voices, i Silicon Teens di Daniel Miller, "Speak and Spell" dei Depeche Mode, lo splendido "Sons and Fascinations" dei Simple Minds, il primo LP dei New Order, i Joy Division, Fad Gadget ma anche gli Skiantos. 


Der Plan, Gery Reig, 1980 


La cantina Beretta non fu comunque l'unico spazio di riferimento e ad esempio il sabato notte si trascorreva sempre e ancora nella storica discoteca Le Stelle di Ascona.

To be honest preferivo le notti di qualche anno prima, tipo nel 1980 quando la serata iniziava nel buio totale dominato unicamente dagli ultravioletti con la cosmica "Tout petit la planète" di Plastic Bertrand, per poi raggiungere il climax a mezzanotte quando per un'ora esatta, preso da una botta di nostalgia, il DJ dava spazio al Krautrock e alla psichedelia old-school...
Non ricordo chi fosse, ma partiva sempre con "On the run" dei Floyd che un tale Giannini (o forse si trattava del simpatico ed eclettico "Beedie" di Brissago che ci ha purtroppo lasciati qualche anno fa) interpretava in solitaria e in modo molto free zompettando schizzatissimo sulla pista con una sorta di calzamaglia aderente stile uomo-ragno...
Giannini o Beedie che fosse, quello era sempre il clou della serata, almeno per chi aveva certi gusti, e il momento andava preparato un pò prima con coadiuvanti di vario tipo; per quanto mi riguarda, non essendo mai stato né cannarolo né assuntore di altre sostanze (non per salutismo ma per una molto più banale e snob avversione culturale al mondo delle droghe che associavamo a quello dei fricchettoni) mi facevo semplicemente un paio di scotch, mentre il resto del mondo usciva per farsi gran cannoni e altro negli immediati dintorni.

Nel nostro gruppo peraltro non fumava credo nessuno, né c'era gente che tirasse di naso o si sparasse roba in vena; fondamentalmente si viaggiava a Scotch, Bourbonaccio o roba fortemente alcoolica di qualsiasi tipo, che scorreva a fiumi e contribuiva ad una diffusa pirlaggine generale, come quando, per ritornare all'epoca della cantina Beretta e all'anno 1982, da Como o Varese arrivarono un gruppo di ragazzotti a fare nottata alle Stelle: ricordo che erano tutti abbigliati suit and tie à la Blues Brothers, ognuno con una bottiglia di Ballantines (whisky pessimo ma molto trasportabile) infilata nella tasca interna della giacca. Legammo subito e dopo due ore eravamo tutti berci, con il sottoscritto molto ispirato che a un certo punto andò nei bagni a prendere l'asse di un water e il relativo spazzolone.
Con l'asse al collo e lo spazzolone in mano passai senza problemi le casse, ma nell'atrio che collegava l'entrata e la cassa della discoteca con la pista incontrai un Moro basito (lo storico direttore del locale) che mi squadrò dalla testa ai piedi senza però dire assolutamente nulla, pensando forse che me li fossi portati da casa, mentre io mi aspettavo una diffida per qualche settimana o mese...

In realtà, scoprimmo molto più tardi, l'intelligente Moro ci considerava una sorta di attrazione che gli portava clienti e quindi soprassedeva alle molte cazzate che facevamo regolarmente, tipo la stagione dei tagli alle braccia e del tappeto di vetri rotti che ogni sabato sera lasciavamo nel nostro angolo fisso a destra della consolle.
Ma su questo più avanti.

Il periodo cantina Beretta si concluse nel dicembre del 1983, quando Giulia decise di mollarmi per altri ganzi e altre frequentazioni (il Virus e il Plastic a Milano e poi Londra) e quindi mi trasferii, sintetizzatore ovviamente incluso, in una specie di shed-magazzino in via Luini a Locarno che nel 1984 diventerà il mio primo atelier e home-studio WUR.

Gli ascolti sui piatti erano nel frattempo passati dai DAF e dai Der Plan ai Sisters of Mercy e ai Virgin Prunes e per me soprattutto ai Nacht'Raum e ai Birds with Ears con la melanconica e decadente "Middle-aged men".
Le tendenze erano cambiate, ma si trattava, ovviamente, di mutazioni nella continuità...



1984: l'home-studio W.U.R. in via Luini a Locarno


Tränen der Vernichtung

Fine 1983 - inizio 1984 entra in scena un altro personaggio importante: Roger Schmid, giovane e decisamente ganzo new-waver asconese di ben messa famiglia. Con l'undercut, trendy già allora e ispirato dai D.A.F. e dai New Order, il lungo cappotto di cuoio nero, il viso affilato e i suoi quasi 190 cm di altezza sembrava uscito dal Crepuscolo degli Dei di Visconti. Insomma un tipo in grado di competere esteticamente senza problemi con Helmut Berger e che metteva un pò in ombra anche me, ma dato che avevamo gusti femminili molto diversi non ci siamo fortunatamente mai messi in competizione, anzi semmai uno broccolava (anche) per l'altro o ci si scambiava le donne.
La combo era perfetta e quindi facemmo subito terzetto fisso io, lui e la sua Rover P6 grigia che faceva molto dandy, con a seguire molti indimenticati deproparty in villa al Rondonico con sbarbe più o meno berce che ci zompavano addosso, omelettes gastriche da pulire al mattino prima che tornassero i suoi genitori e notti alle Stelle passate a slegarsi con "Relax" dei FGTH, "Don't tell me" dei Blancmange, "New day" dei Killing Joke e ovviamente "Blue Monday" dei New Order.
Questo per rendere la nightlife, che in aggiunta comprendeva ovviamente anche, quando i genitori erano assenti, i primi depro-party nelle case degli amici con devastazione parziale delle stesse previo saccheggio totale del frigorifero e del bar.

Nel frattempo mi ero messo alla ricerca di uno spazio per i miei synth (che dato che non vivevo ancora da solo doveva fungere anche da trombatoio) e quindi fifty-fifty con Roger affittammo una specie di magazzino in via Luini a Locarno (precisamente al numero civico 20, spazio che oggi ospita un antiquario) con un minimo di servizi esterni regolarmente congelati in inverno, pareti verniciate di nero e pavimento grigio vernice per piscine, nel quale installai l'home studio WUR e una camera oscura povera ma efficiente per lo sviluppo e la stampa del b/n.

Per chi tra voi è interessato ai dettagli tecnici, per la parte musicale l'atelier WUR comprendeva inizialmente il modulare Roland System 100M già di cantina Beretta (in una configurazione di 8 moduli) con il vecchio e non quantizzato sequencer del System 100 (a pain to tune but very useful) più nuovi acquisti tra cui un OSCar, un mixer Tascam M 208 e un 4 piste a cassette Tascam 234 (tra i primi registratori multitraccia in grado di permettere risultati decisamente buoni a un costo tutto sommato contenuto), le batterie elettroniche Boss DR-55 e DR-110 di lì a poco sostituite da una Oberheim DX e degli effetti 19" delay e riverbero. Alle macchine citate si aggiungevano microfoni a contatto, bidoni dell'olio, molle e altro tipo di ferraglia indispensabile per produrre sonorità à la Test Dept o Einstürzende Neubauten, perché la roba che ascoltavo e volevo fare inizio 1984 era quella.
Ancora non lo sapevo, ma stavo iniziando un periodo delirantemente creativo caratterizzato, oltre che da sonorità decisamente storte, anche da fotografie di teste di maiale e stampe di scaraffoni schiacciati tra i vetri dell'ingranditore che usavo per i promo.



Due vedute dell'home-studio WUR di via Luini nel 1984 



La serie pigheads


Tra il 1984 e il 1986 dall'atelier uscirono sia (in lacrime) le varie bambine che maltrattavo all'epoca (una di cui taccio il nome dovette anche ricorrere a lungo a uno psicanalista, cosa che mi rinfaccia ancora oggi), sia le prime produzioni musicali come la C26 "Stahlruine" distribuita da Calypso Now di Bienne e da ADN Records Milano (se ne trovano ancora alcune copie su Discogs o da Calypso Now) che probabilmente fu in realtà il mio prodotto più concreto dell'epoca, oltre a molte piccole produzioni per amici o pseudoclienti che lavoravano nel campo della videoarte o comunque in ambito artistico. Anche Walter Stolz ci registrò il suo primo oscuro tape, di cui ricordo purtroppo solo il titolo, "Litanies Choir - Catharsis", mentre sul piatto in atelier invece giravano Test Dept, Einstürzende Neubauten (soprattutto), Portion Control, Alien Sex Fiend, Anne Clarke, Psychic TV e i Virgin Prunes to name a few.


1983-1985: il Black Velvet di via Panigari e la scena dark locarnese


Life is short and love is always over in the morning, black wind come carry me far away (Sisters of Mercy, Temple of love)

Cos'era il Black Velvet? Una speranza? Una cellula eversiva nel panorama musicale svizzero-italiano che nei primi 80, rarissime eccezioni a parte, oscillava tristemente tra bozzi vascorossiani e personaggi pretenziosi fuori tempo massimo che avendo in tasca il diploma di una scuola jözz (e non avendo capito la lezione del Krautrock e del punk) si autoconsideravano, allora come oggi, gli unici detentori e arbitri della qualità musicale alta?

Soprattutto, oltre che un negozio di dischi con il bilancio credo mai in attivo, quello stanzone al numero civico 13 di via Panigari fu il primo vero luogo d'incontro organizzato e stabile della piccola scena dark, post-punk, industrial e indie locale.


Black Velvet: il timbro


Personalmente ci capitai per la prima volta a pochi giorni dall'apertura in condizioni da taglio vene (ancora a causa del recente smollaggio da parte di Giulia) nel dicembre 1983: ricordo che dalla viuzza si intravvedevano all'interno due personaggi che sembravano usciti dalla bottega di un cassamortaro, mentre sulle pareti del locale arredato con uno stile indecifrabilmente "maison", stava tutto ciò che sino a quel punto potevi trovare unicamente a Zurigo o Milano come "If i Die, i Die" dei Virgin Prunes, il magnifico "Die Zeichnungen des Patienten O.T." degli Einstürzende Neubauten, "Loops" degli Aboriginal Voices, "Shoulder to Shoulder" dei Test Department, l'ottimo "Step Forward" dei Portion Control, il primo album dei Sisters of Mercy, parecchio punk di seconda generazione oltre ad alcune oscure cassette più o meno introvabili come "Alchemy" della Sterile Records con il faccione di La Monte Young che possiedo ancora.

Nato da un'idea di Fabrizio e Giuseppe De Giacomi, il Black Velvet si rivelò insomma subito come una roba in grado di ridare senso alla vita e farti dimenticare per molto più di un attimo anche la Giulia di turno: lì c'era tutto quello che si voleva ascoltare, lì ci si trovava tra simili e lì si potevano anche organizzare occasionali "minifuck" (sveltine) con ragazzotte che quantomeno non ascoltavano la fuffa mainstream del periodo o appunto Vasco Rossi piuttosto che i Wham! o i Duran Duran. Perché il sesso è fondamentale (anche se all'epoca preferivo il modulare), ma se poi c'è anche un minimo di cerebro e di Weltanschauung comune è meglio.



Daniele Pillon aka PIL (1964-2014) e Boris Pagnoni al Black Velvet nel 1984


Oltre a tentare di vendere dischi, il Black funzionava anche da videoteca privata per pochi intimi. Ricordo soprattutto la visione in loop di "Nick the Stripper" dei Birthday Party (quello con la testa di maiale mozzata e l'impagabile "Porca Dio" spennarellato sul torso nudo di Cave, cercatelo sul tubo), lo spanzo assoluto "Songs for swinging larvae" di Renaldo & the Loaf, "Punk's not Dead" che era ovviamente il preferito di Daniele Pillon aka PIL, il sampler "Alchemy" e varie cose oscure dei Throbbing Gristle o dei Psychic TV, mentre al sabato mattina ci si sparava anche qualche cinebrivido commerciale come Mad Max 2 o "The return of the living dead" di Dan O'Bannon masticando paninazzi presi nell'allora ancora esistente salumeria Bell in Piazza Grande.


Due tra le VHS più visionate (dalla collezione di Giuseppe De Giacomi)


Per un periodo fu anche la redazione di "Taedium Vitae", una fanzine dark locale nata dalla mente del sottoscritto e di cui furono prodotte pochi tetrocupi numeri pervasi da una robusta vena esistenzialista e dall'ovvia volontà di épater les bourgeois.
Ma naturalmente al Velvet erano sempre presenti anche pubblicazioni decisamente più consolidate, come T-Ribalta, Frigidaire, T.V.O.R. (Teste Vuote Ossa Rotte) di Stiv (scritto proprio così) Rottame o Punk Artist di Graziano Origa, oltre alle più commerciali I-D e The Face.

Ci passava poi ovviamente anche parecchia gente d'area, come i ragazzi della Rec Rec o di ADN Milano (con cui creai il contatto per la distribuzione di "Stahlruine") oltre a occasionali Alien Sex Fiend - alike zurighesi con tanto di pantegane più o meno addomesticate addosso e la cui vista provocava visibili attacchi di panico da peste nera agli avventori pettinati del Bar Portico che era il baretto di riferimento più vicino al negozio.
Tra i vari personaggi passati in visita al Black Velvet ricordo volentieri Thomas Wydler, che per qualche incomprensibile ragione tra il 1984 e il 1985 venne spesso a Locarno nel periodo immediatamente precedente la sua pluridecennale collaborazione come batterista di Nick Cave, e al quale feci una improbabile intervista per Taedium Vitae che non venne mai pubblicata vuoi perché non avevo capito una mazza, vuoi perché non mi piaceva il genere, dato che in quel periodo ero fissato con l'Industrial e l'EBM.


Giuseppe De Giacomi nel 2018 con due copie di Taedium Vitae



"Fate conto di miscelare tutte le stronzate dette e pensate dal flower power prima e dal pera rock poi...": due pagine interne di "Taedium Vitae" con recensioni (stroncature) musicali redatte dal sottoscritto spudoratamente in modalità plagio di Red Vinyle aka Stefano Tamburini


Il negozio funzionò ovviamente da polo d'aggregazione per le minor celebrities e i posers locali che durante il giorno e soprattutto al sabato si davano appuntamento al Velvet per organizzare le botte di esistenzialismo svenatorio del weekend in vari luoghi e con varie pratiche.
Tra queste i giri notturni nei cimiteri della zona o i tentativi di Boris di scattare fotografie a Giuseppe e al sottoscritto in tenuta Virgin Prunes appoggiati alla bara di qualche per noi anonimo defunto nella morgue dell'ospedale La Carità, con le riprese interrotte dall'arrivo dei parenti del defunto che credo non abbiano mai capito bene che ci facessero quegli estranei così agghindati nella camera ardente del loro caro.


Gruppo ganzo in un esterno. 
In senso orario: Walter, me medesimo, Boris, Giuseppe, Cristina, cimitero di Muralto, 1984


E poi naturalmente sempre e ancora il sabato notte alle Stelle, con il DJ dell'epoca, forse Raf, che si era fatto convincere a mettere di tanto in tanto anche Pagan Lovesong dei Prunes fino al giorno in cui non gli arrivò un anfibio sul piatto, cosa che per noi fu ovviamente un autogoal totale.
Delle notti alle Stelle ricordo le pogate, Giuseppe trascinato per i piedi sulla pista o un'epica gara a sputi tra lui e PIL sul palchetto davanti alla consolle come ad un live degli Exploited, le bottiglie di whisky o di altri superalcolici trafugate in sala, la pista con le gocce di sangue del selfcutting e il tappeto di vetri rotti insanguinati che ogni sabato sera lasciavamo nell'angolo a destra della consolle, la nostra home.
E il buon Moro che anche in queste occasioni non disse mai nulla, forse perché continuavamo ad essere un'attrazione o forse perché in tutti quegli anni di soldi alle Stelle ne avevamo comunque lasciati parecchi.

In estate comunque la discoteca tirava meno, a favore soprattutto dei deproparty al fiume, spesso sotto il ponte Maggia perché era l'unica zona al riparo da eventuali temporali.

Cos'erano i deproparty? Sostanzialmente delle grigliate monumentali all'aperto con dosi impressionanti di alcolici (ma zero canne né altre droghe perché come già detto quella era roba da fricchettoni fuori moda e noi dovevamo distinguerci), l'obbligo di portarsi le frattaglie dei giorni prima da casa per il rito di tirarcele addosso, e una mise adeguata di regola ispirata ai Virgin Prunes, in particolare per Giuseppe che ricordo varie volte in calze a rete strappate.
Il già citato video di "Nick the Stripper" dei Birthday Party rende un pò l'idea della dinamica ideale di un deproparty, ma va detto che malgrado il massimo impegno in tal senso ne restammo comunque sempre piuttosto lontani, per tacere del fatto che eravamo massimo una decina. Alla fine nulla di che, salvo il fatto che un "depro" poteva considerarsi veramente riuscito solo se finiva con l'arrivo di un'ambulanza, qualcuno/a al pronto soccorso e qualche lavanda gastrica, cosa che ovviamente accadde più di una volta.

Nello stesso periodo imperava poi, anche se con ampio ritardo rispetto all'epopea punk, la moda del selfcutting ai polsi e agli avambracci, fatto inizialmente con i bicchieri rotti e in seguito più seriamente con delle surgical blades professionali da bisturi che ci procurava Noemi, all'epoca in formazione presso uno studio medico, e che erano taglienti ed efficaci al punto che la notte di Halloween del 1984 finii al pronto soccorso perché avevo beccato qualche vena importante e il sangue usciva a schizzi.
Agli infermieri di turno, abbastanza stupiti, spiegai che mi era sfuggito il coltello per tagliare il pane per la fondue, ma francamente dubito ci abbiano creduto.
E peggio, mentre all'interno mi mettevano i punti, Roger e Boris, estratte le loro proboscidi, scompisciarono la sala d'attesa del pronto soccorso (a quei tempi e a quell'ora deserta e senza videosorveglianza) motivo per il quale me ne guardai bene dal ritornarci e i punti me li dovetti poi togliere da solo, peraltro senza particolari difficoltà.

Il 1985 fu anche l'anno della personale di Mario Comensoli al Castello Visconteo organizzata da Rudy Chiappini ed alla quale Giuseppe, Michele ed io fummo chiamati a fare da testimonials (in realtà i lavori di Comensoli erano riferiti alla scena punk zurighese di parecchi anni prima e noi eravamo più vicini all'estetica dark, ma per i giornalisti dell'epoca non faceva differenza...) e della pubblicazione di "Cronaca in nero" di Reza Khatir nel quale alcuni di noi furono ritratti dal fotografo iraniano con la fotocamera Polaroid 50x60.
Due highlights che però segnarono anche la fine sia delle notti alle Stelle (almeno per me), sia del Black Velvet che chiuse quello stesso anno perché ormai si stava esaurendo un ciclo e noi tutti lentamente, molto lentamente, stavamo diventando più o meno adulti.


Da sinistra: Giuseppe De Giacomi, Michele Giacometti e me medesimo, promo per la mostra di Mostra Comensoli, 1985 (fotografia di Roberto Pellegrini)

Un servizio della RSI a "Il Regionale" sulla mostra di Comensoli al castello Visconteo con una mia comparsata e breve intervista, marzo 1985:



Ah già, in conclusione devo ancora spiegare le vocali scritte con l'Umlaut, come appunto in jözz: venivano usate, e lo sono tutt'ora, a titolo denigrativ-perculativo di quasiasi cosa che allora come oggi ci stava sui maroni e/o era considerata culturalmente avversa. E il jözz, in quegli anni, noi lo vedevamo come una roba per tironi rompicazzo impotenti e sfigati.


Prossimo capitolo: dal "No Class" all'apertura dello Sport al concerto dei Dinosaur Jr.




Commenti